L'ETA' CONTEMPORANEA

Il 19 marzo 1920 l'Istria entrò a far parte del Regno d'Italia. L'inserimento fu non fu facile.

Il Regno d'Italia era centralizzato ed impegnato in un processo di crescita non particolarmente equilibrato: la classe dirigente conosceva poco i problemi delle nuove province considerate più come terre di confine con valenze strategiche che realtà con proprie specificità. Ogni tentativo di richiesta di autonomia fallì cozzando contro la spinta livellatrice del nuovo Stato.

Il fascismo ancor di più tese a produrre una rapida omogeneizzazione: l'Istria si trovò a far parte della nuova provincia di Pola, mentre piccole porzioni di territorio istriano vennero aggregate a Trieste ed a Fiume.

La disgregazione del retroterra centro europeo mutò completamente i parametri di riferimento per lo sviluppo di tutta l'area giuliana. Trieste con la sua economia emporiale non si risollevò più: la sua posizione eccentrica nella regione rispetto ai comprensori industriali italiani non resse alla nuova dislocazione del mercato.

Le attività agricolo-industriali, come quelle per la conservazione del pesce, declinarono e le risorse minerarie si dimostrarono non concorrenziali.

L'economia istriana si fondava soprattutto sull'agricoltura che non in tutte le zone era fiorente.
L'Istria nel periodo successivo al primo conflitto mondiale subiva la disgregazione dell'Impero austro-ungarico col relativo dissesto territoriale e la crisi dello stato liberale italiano.

L'Istria non faceva più parte di uno stato plurietnico, bensì di uno stato nazionalmente compatto: l'ideologia nazionalistica aveva coinvolto sia dirigenti, sia l'opinione pubblica.

La dimensione slovena e croata era tutt'altro che trascurabile nell'ambito regionale, in cui sia gli italiani che gli slavi, affermavano di rappresentare la maggioranza della popolazione, ma nella globalità dello Stato le poche centinaia di migliaia di slavi scomparivano di fronte ai quaranta milioni di Italiani.

Riguardo la composizione etnica sono stati molteplici gli studi che si riferivano ai censimenti austriaco del 1910 ed italiano del 1921: l'interpretazione risulta complessa poiché se ci si riferisce alla densità della popolazione, s'individua che è maggiore la zona d'insediamento italiano, viceversa se si bada all'estensione delle zone abitate dagli Sloveni e Croati a loro volta risultano predominanti.

Riguardo la distribuzione delle diverse componenti le formule frequentemente utilizzate per descrivere la realtà istriana sono imperniate sulla contrapposizione tra costa italiana ed interno croato, ma non sono da intendere in termini rigidi: erano numerose le popolazioni divise per lingua e cultura che risultavano mescolate in modo inestricabile.

L'attesa nei primi anni del dopoguerra per la destinazione di territori ex Austriaci rese più acuto lo scontro politico-nazionale.

Il contrasto assunse il carattere di radicale contrapposizione fra nazionalismi estremi. In questo clima trovò ampio spazio l'iniziativa del fascismo giuliano collegato alla duplice volontà di sopraffazione nei confronti degli Sloveni e Croati e di espansione della potenza italiana verso i Balcani. Il 1920 ebbe inizio la sistematica serie di violenze antisocialiste e antislave.

La situazione di alterazione e spaccatura che si delineava era frutto da una parte di errori strategici e tattici dei socialisti giuliani che non riuscirono a gestire il patrimonio di adesioni in modo che contrastasse le aggressioni fasciste e dall'altro versante la trasformazione dell'iniziale disponibilità di gruppi politici moderati a scendere a patti con il fascismo per creare un fronte unico contro il "pericolo rosso", che ben presto divenne subordinazione.

Nel 1925 i partiti d'opposizione erano fuori gioco; venne perseguita un'opera sistematica di distruzione delle organizzazioni economiche e culturali slave esistenti nella regione: l'obbiettivo era quello di operare una forzata assimilazione. Molti Sloveni e Croati, specie intellettuali, furono costretti a trasferirsi per sfuggire alle persecuzioni fasciste. Le imposizioni fasciste come l'interdizione dell'uso della lingua nei pubblici uffici e tutta una vasta gamma di nuove misure di snazionalizzazione, produssero lo sgretolamento della classe dirigente slava.

Il diffondersi dei soprusi finiva per dar corpo all'identificazione tra fascismo e stato italiano che in seguito produsse la ritorta sanguinosa a danno degli italiani fra il 1943 ed il 1945.

Il quadro socio-economico dell'Istria in quegli anni vedeva l'agricoltura come l'attività più diffusa benché ci fosse in uno stato di progressivo dissesto provocato dalle carenze strutturali dello stato italiano nell'organizzazione fiscale.

Gli interventi infrastrutturali riguardarono: il miglioramento e la creazione di una rete stradale tuttora in uso; la bonifica della valle del Risano e del lago d'Arsa. Il settore industriale era in una situazione di depressione fino alla politica autarchica degli anni Trenta che lo rilanciarono, soprattutto per quanto riguarda l'industria mineraria che perpetrò uno sfruttamento intensivo delle risorse e della manodopera.

Le contraddizioni e le tensioni accumulatesi in questo contesto socio-economico, esploderanno col conflitto bellico della primavera del 1941 ed il conseguente erompere della guerriglia partigiana.

L'occupazione tedesca contribuì ad attizzare e sfruttare ai loro fini le rivalità etniche. La crescita del movimento di liberazione sloveno e croato fu rapida e tale era la radicalità delle posizioni da rendere difficile e sofferta la partecipazione degli italiani che percepivano l'egemonizzazione del movimento da parte dei croati. La durezza dell'occupazione germanica e le relative guerriglie represse dai nazifascisti innestarono nuove conflittualità che divennero lacerazioni profonde che perdurarono anche negli anni del dopoguerra, fino alla rottura terminale culminata nel grande esodo.

Un'altra violenza che si abbatté sulla popolazione italiana dopo l'8 settembre è rappresentata dall'infoibamento di almeno 500 persone che in parte rappresentavano uomini simbolo del regime fascista, ma la maggioranza era costituita da cittadini inermi.

Nel 1945 i confini fra le zone di occupazione anglo-americana e jugoslava vennero fissati in modo da consolidare l'amministrazione jugoslava sull'intera regione, ad eccezione di Gorizia, Trieste e Pola.

Nel 1947 venne firmato il trattato di pace che prevedeva l'annessione alla Jugoslavia dell'intera penisola istriana ad eccezione di una fascia nordoccidentale destinata a costituire il territorio libero di Trieste, ciò segnò il tracollo di Pola; lo sgombero della città di Pola colpì profondamente l'opinione pubblica italiana.

Le stime dell'esodo parlano di 300-350.000 persone che equivalevano alla metà di tutti i residenti della regione ed alla quasi totalità degli abitanti dei maggiori centri urbani.

L'azione di freno all'esodo fu esercitata soprattutto attraverso le difficoltà frapposte all'esercizio di opzione fra la cittadinanza jugoslava e quella italiana.

I comunisti italiani i quali, in seguito alla crisi del 1948 fra Mosca e Belgrado, optarono per il blocco Cominform e subirono dure persecuzioni, producendo un'ulteriore spaccatura all'interno degli Italiani rimasti.

Nel 1950 la zona B fu assegnata alla Jugoslavia ed il grande esodo ebbe inizio prima della definizione ufficiale del nuovo confine; nel 1956 l'esodo era concluso: la zona B aveva perso i due terzi della popolazione residente, le cittadine costiere erano deserte, le campagne spopolate.

Probabilmente non era esistita una volontà politica jugoslava che consapevolmente avesse perseguito all'espulsione in massa di tutti gli italiani in modo da modificare la fisionomia etnica jugoslava.

L'esodo ha favorito, da entrambi i fronti, letture monocasuali, strumentazioni politiche ed ideologiche ed anche semplificatrici delle dinamiche.

La lettura di diverse fonti prodotte dai differenti schieramenti, rivelano la radicalità delle posizioni assunti dai diversi attori sociali che articolano il dibattito: gli esuli, i rimasti, i croati ed infine anche gli italiani.

Permane nei ricordi degli esuli l'innegabile forte componente emozionale che apporta un parziale rifiuto della dimensione contemporanea dell'Istria, e stride irrimediabilmente con la memoria.

I rimasti, ovvero gli italiani che non hanno optato per la cittadinanza italiana e sono rimasti in Jugoslavia, rappresentano gli "antagonisti" degli esuli perché hanno rifiutato l'italianità. Esiste una dialettica definita come negativa tra gli esuli ed i rimasti.

Le fonti croate contemporanee al presidente Josip Broz Tito fanno rigorose analisi che riguardano i modi di produzione, i contrasti economico-sociali, la distribuzione delle proprietà, il reddito procapite: "...registrò la sua massima ascesa dopo la liberazione... i cambiamenti verificatesi nella struttura economica della popolazione e dell'economia, l'eccezionale incremento del reddito nazionale, i cambiamenti nella struttura delle professioni e dei titoli di studio...il reddito procapite è aumentato notevolmente dopo la liberazione. Mancano purtroppo termini di riferimento reali per evidenziare i rapporti tra l'anteguerra ed oggi... "

Fra gli italiani riguardo questi territori permane una generica ignoranza che si oppone alla italianità che ancora sopravvive nella parlata, nell'architettura in Istria e Dalmazia.

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